SALVATORE GRANDONE, Lucrezio e Bergson

 

Salvatore Grandone, Lucrezio e Bergson. La ricezione del De rerum natura nella Francia del XIX secolo, Roma, Aracne, 2018

Recensione di Nicoletta Capotosti

Risiede, dietro l'intento dichiarato di questo studio, un interesse per l'opera bergsoniana che l'autore non si preoccupa affatto di celare; a p.16 leggiamo infatti che l'atteggiamento decostruttivo verso il mito di Lucrezio è strettamente legato alla «giusta collocazione del contributo bergsoniano all'esegesi del pensiero di Lucrezio».

Con esplicito riferimento alla cosiddetta ermeneutica della ricezione (H.R.Jauss e W. Iser, p. 9), Grandone sviluppa la tesi secondo cui l'interpretazione bergsoniana del De rerum natura sarebbe più imparziale rispetto all'esigenza attualizzante mostrata dagli interpreti ottocenteschi, di orientamento romantico o positivista.

L'analisi è sviluppata in tre capitoli ciascuno dei quali tratta una precisa linea storiografica. Si avverte in questa impostazione, che insiste sulla cesura tra diversi paradigmi, la presenza sottile ma consapevole di Foucault (p.11). 

La ricezione romantica di Lucrezio è incardinata sul presunto senso di malinconia che pervaderebbe il De rerum natura. L'attenzione è di matrice intimista e tende a concentrarsi sulla sensibilità esistenziale dell'autore latino, ben resa nella biografia immaginaria di Lucrezio scritta da Marcel Schwob (1886). Nella finzione letteraria di Schwob converge infatti un percorso inaugurato con la traduzione del poema lucreziano fatta da Jean-Baptiste De Pongerville e culminante nel ritratto dell'autore latino fornito in Etudes de littératures da Abel François Villemain, in cui Lucrezio è «molto simile a un poeta maledetto» (p.23).

Tale prospettiva si colloca sullo sfondo interpretativo che distingue in modo netto «il Lucrezio poeta dal Lucrezio filosofo» (p.25), e che vede nella fisica epicurea un ostacolo allo sviluppo delle potenzialità poetico-espressive del poeta latino (p.28).

A valorizzare il Lucrezio savant è invece il paradigma positivista, visibile in prima istanza negli studi di Ernest Lavigne e Frédéric André: pur non operando in modo sperimentale, Lucrezio avrebbe condotto le proprie indagini appoggiandosi all'esperienza. Sulla stessa linea si collocano anche le analisi di André Lefèvre e Sully-Prudhomme.

In questo orizzonte risulta interessante la scelta con cui Grandone inserisce la ricezione positivista del De rerum natura all'interno del dibattito sul materialismo. Si avverte in questa operazione, così come in altri luoghi del lavoro, un utilizzo sicuro e solido dei costrutti filosofici. Ricostruendo il dibattito storiografico, Grandone si sofferma sull'apporto del materialismo tedesco alla filosofia francese. All'interno di tale istanza l'autore individua tre orientamenti della filosofia francese (p. 76 e segg.): il primo si sostanzia in un adattamento dei principi materialisti al positivismo, il secondo si concentra sul metodo sperimentale, e il terzo, di chiara ispirazione spiritualista, sviluppa una critica al materialismo. Su quest'ultimo filone si innesta l'analisi, da parte di Grandone, del contributo storiografico bergsoniano all’interpretazione del De rerum natura.

L'opera indagata è un'antologia curata da Bergson nei suoi primi anni di insegnamento: gli Extraits de Lucrèce. In questa scelta editoriale possono essere rintracciate varie motivazioni: se la fondata speranza che il libro fosse adottato nei licei accredita l'ipotesi utilitaristica – la riforma Duruy aveva introdotto lo studio di Lucrezio nei programmi liceali (pp. 47 e segg.) –, Grandone suggerisce una ragione più profonda, non accidentale: il realismo spiritualista, cui Bergson si rifà in questa fase del suo pensiero, dialoga in modo costruttivo con il De Rerum natura. Il pregio degli Extraits de Lucrèce sarebbe quello di fornirne una lettura imparziale che «mettendo al centro gli studenti» (p. 93) riesce anche a ricomporre un quadro esegetico meno condizionato dagli orientamenti dominanti al tempo.

Non vi troviamo infatti commenti o prese di posizione; l'intento di Bergson è quello di fornire agli studenti una visione complessiva del poema che eviti marcati anacronismi. L'atomismo è funzionale al raggiungimento della felicità (atarassia). Bergson non è quindi sopreso dalla presenza in Lucrezio di alcuni dubbie ipotesi come, ad esempio, quella del clinamen (p.106). Anche in questo caso, però, Bergson non affretta conclusioni e, pur definendo puerile (p.106) l'uso di questo stratagemma, vi tornerà in seguito (L'évolution du problème de la liberté) ipotizzando un’anticipazione di alcune scoperte scientifiche di inizio Novecento.

Trapela dalle pagine dello studio di Grandone l'intento di comprendere a fondo il rapporto tra l'approccio essoterico-didattico e quello esoterico nell'opera di Bergson. L'autore, che da anni approfondisce il tema del "Bergson storico della filosofia", riesce ad indagarne aspetti nuovi con uno stile chiaro, efficace, e in un'edizione accurata.