ALESSIO MUSIO, Chiaroscuri. Figure dell'ethos

 

Alessio Musio, Chiaroscuri. Figure dell’ethos, Milano, Vita e Pensiero, 2017

Recensione di Salvatore Grandone

L’autore offre un percorso originale all’interno della filosofia morale. Come annunciato nel titolo, Musio segue come filo condutture il chiaroscuro, l’ambivalenza di alcune importanti figure dell’ethos. Nell’ambito morale, forse ancor più che in altri settori della filosofia, non è possibile seguire una logica lineare, basata sul principio di identità e non contraddizione. Quando si prende in esame una dimensione che tocca il proprio dell’umano e dell’agire, è inevitabile constatare come molte categorie siano suscettibili di molteplici letture, spesso contrastanti. Musio sottolinea però che l’ambivalenza dell’ethos non deve condurre a una sorta di deriva relativistica – come accade spesso nelle riflessioni di matrice post-strutturalista –, in cui la ricerca filosofica si divertirebbe, come l’autocoscienza scettica di hegeliana memoria, ad affermare tutto e il contrario di tutto. Occorre invece ricostruire la doppiezza delle principali figure dell’ethos collocandosi nelle giuste prospettive.

È alla luce di queste importanti premesse che Musio si addentra tra i “chiaroscuri” più significativi dell’esperienza etica: la scelta, la decisione, la ripetizione, il segreto, la volontà, la malafede, la sincerità e l’indifferenza. Proviamo a soffermarci su alcune di queste figure per mostrare il modo di procedere dell'autore.

Partiamo dalla scelta. Riprendendo le lezioni, tra gli altri, di Kierkegaard e Jankélévitch, Musio descrive la stretta connessione tra scelta e temporalità. La scelta è per definizione temporale ed implica, sempre per definizione, una restrizione del campo del possibile. Qui entra in scena una prima ambivalenza. Da una parte lo sfumare dell’orizzonte del possibile può generare nel soggetto agente un senso di frustrazione. Musio cita in proposito un’incisiva affermazione di Jankélévitch: «il tempo non cessa mai di togliere l’ipoteca dalle possibilità in sospeso. Minuto dopo minuto il divenire diminuisce il campo del virtuale. Questo raggrinzimento […] è ciò che chiamo invecchiare» (W. Jankélévitch, L’avventura, la noia, la serietà, tr. it., Genova, Marietti, 1991, pp. 55-56). Dall'altra, Musio osserva che «se lo scegliere implica il rinunciare (alla virtualità di altre possibilità), se sulla scelta si posa, come si potrebbe dire, l’ombra lunga delle rinuncia, questi due concetti non sono equivalenti: perché nello scegliere comunque realizziamo, otteniamo dei beni, e compiamo/scriviamo, per quanto ci è possibile, la nostra biografia» (p. 32). Attraverso le scelte, l’io costruisce la propria identità, la propria storia, crea una narrazione e un orizzonte di senso. Certo, si tratta di un’identità fragile – suggestive in merito le belle pagine di Musio sul rapporto sincerità-malafede –, ma è pur sempre un’identità, un proprio che riempie il vuoto della mera virtualità.

Proseguendo nell’analisi del rapporto scelta-temporalità, Musio scopre ulteriori ambivalenze, generando – come accade per le altre figure – un suggestivo effetto di mise en abîme. La scelta sembra essere spontaneamente aperta al futuro. Tuttavia, tale apertura può essere autentica e inautentica. Nel primo caso il soggetto agente sceglie un futuro prossimo e accetta la ricaduta incontrollabile delle proprie decisioni. Nel secondo, invece, l’individuo o sceglie l’interessante (come avviene nel seduttore sempre proteso verso nuove avventure), oppure, volgendo lo sguardo al possibile cui deve rinunciare, si rifugia in un "altrove" e rimpiange delle scelte possibili sul piano logico ma impossibili su quello reale. Il seduttore e il melanconico sono due facce in chiaroscuro di chi non sceglie autenticamente, perché entrambi vivono in un “oltre” fittizio. Per il seduttore è un futuro che non si realizzerà mai; per il malinconico è un preterito.

Un’altra figura emblematica per la sua ambivalenza è la ripetizione. Afferma Musio: «la ripetizione è una delle figure centrali dell’esistenza umana. Essa è, infatti, fenomenologicamente connessa al vissuto dell’abitudine, come si vede facilmente se si pensa al fatto che ci si può abituare solo a ciò che si ripete. Questa connessione è sul piano etico decisiva, visto che la nozione di ethos intrattiene sul piano etimologico un legame molto stretto con quello dell’abitudine e con il complesso quadro di ripetizioni da cui quest’ultima è definita» (p. 75).

La ripetizione costituisce l’abitudine, e questa l’ethos (inteso come insieme di costumi, usanze, ecc.). «L’abitudine non rimanda, infatti, – continua Musio – soltanto a ciò che conosciamo, e in cui ci sentiamo a nostro agio: in essa si nasconde […] la possibilità dell’assuefazione (di cui resta, di fatto, la premessa) e da essa dipende una delle distinzioni più rilevanti della vita morale come quella tra virtù e vizio» (p. 77). La ripetizione radica abitudini che possono essere virtuose o viziose. L’abitudine è in sé necessaria, perché senza di essa non vi sarebbe ethos e non sarebbe quindi possibile la morale. La ripetizione prevede la capacità di ricordare e di fondare su questa memoria le proprie scelte future. Ma la ripetizione di azioni, di gesti e di comportamenti produce abitudini, in cui il soggetto può perdere parzialmente la consapevolezza del valore morale delle proprie azioni. Come il bene anche il male può essere compiuto, col tempo, senza accorgersene, fino addirittura a lasciare l’individuo indifferente. Il tema ripetizione-abitudine si ricongiunge così idealmente a due altri importanti capitoli del volume: la volontà e l’indifferenza.

Anche queste due figure presentano numerosi chiaroscuri, che si intrecciano a tutti gli altri del volume attraverso una densa rete di biforcazioni in cui l’ambivalenza del ethos si rivela essere l’humus del nostro essere morali. In virtù di questa capacità di cogliere le sfumature dell’ethos Chiaroscuri è dunque un testo che assolve un duplice compito: è una ricerca sapiente sui grandi temi dell’etica e una filosofia morale che interroga il nostro agire.